
Tenco you
Anche questa edizione in archivio. Mediamente più che buona, come sempre. Con un problema, che è il problema della musica italiana, d'autore e no: quello di non avere mostrato dei ricambi generazionali all'altezza. Ci sono cose buone, certo, anche stasera, ma le migliori vengono sempre da quelli di una certa generazione.
Morgan: tra questi, malgrado sia del 1972 e quindi giovanissimo, c'è sicuramente Morgan. Che per una volta viene a patti con il suo peggior nemico, cioè Morgan, evitando gesta da fenomeno, distonie, arzigogoli e sofismi musicali. Suona benone, composto, anche se con ricchezza di effetti speciali, senza divagare. Tra gli effetti speciali, la voce di Ungaretti, spiritata, tronfia e retorica, in una registrazione d'epoca, che apre Assurdo amore. Si procede con una versione elettronica di Il mio mondo di Tenco, perfetta a parte un pezzo in inglese un po' fuori luogo, la malinconica metropolitana Le ragioni delle piogge (introdotta dal Così parlò Zarathustra di Strauss) e si chiude con Sono contro me stesso. Noi, stavolta, no. 8,5
Edgardo Moia Cellerino: nonostante sia sui 50, riceve il premio Siae come autore emergente perchè prima aveva una band, Le Masque, e ora è solista. Un'esibizione che suscita pochi entusiasmi tra il pubblico: quelli a cui chiedo, dopo, sono concordi nell'indicarlo come la cosa peggiore della serata. Non è male in sè, ma vuole fare un po' il fenomeno, sfoderare testi troppo sofisticati ma al contempo fare il simpatico. 5
Enzo Avitabile: ecco invece chi riesce a emozionare, eccome. Curiosissima la vita di Avitabile: per dire, è uno che ha duettato con Richie Heavens, Randy Crawford, Tina Turner, Afrika Bambataa, Mory Kante e soprattutto James Brown (unico bianco della storia), grandioso sassofonista, ricercatore di tradizioni musicali italiche ed etniche. Però, essendosi rifiutato di andare a un Sanremo, si è fatto una pessima fama, di piantagrane ingestibile. Ora ha vinto la targa per il miglior disco in dialetto, Napoletana, che racconta la sua città senza i soliti luoghi comuni culturali e musicali. Qui incanta con jam session per sax e voce, crea un'atmosfera di festa e alla fine si cucca una standing ovation. 9
Dente: questo fanciullo (33 anni, peraltro) è una delle eccezioni al discorso di cui sopra che non ci sono più giovani bravi, ecc ecc. Una bella presenza sul palco, misurata ma non schiva, testi simpatici, un po' alla Rino Gaetano, un po' alla Battisti. Naif al punto giusto, avrà come sempre il problema di farsi conoscere senza svendersi alle tv. Ma può farcela. Traporta tutti all'intervallo con un sorriso ottimista sulla bocca. 7,5
Juan Carlos "Flaco" Biondini: il chitarrista di Guccini, e già questo basterebbe per molti, ma ha suonato anche con Conte, Endrigo, Lauzi, Capossela, De Andrè, Finardi, Vecchioni, Bertoli e altri ancora. Come dire, più che meritato il premio alla carriera che viene dato a uno strumentista diverso ogni anno, più che logico che a consegnarglielo sia Guccini. Lui ricambia con una canzone, una sola, La zamba del angel, grandevole e virtuosistica. 8 alla carriera
Franco Boggero: Antonio Silva, il presentatore del Tenco, lo introduce iniziando con "Storico dell'arte". Un tipo accanto a me sussurra: "No, Sgarbi no!". Trattasi, per fortuna, di un dipendente delle Belle Arti della Liguria, che dopo i 50 anni si è messo anche a fare concerti. E ha fatto bene: non è certo niente di originale, il suo miscuglio di swing e jazz, anzi, è volutamente retrò, ma è davvero simpatico, grazie anche a testi un po' stralunati e ironici, tra Jannacci e Conte (però Giorgio), noterelle su fatti della vita e moti dell'animo, tipo chi esce dal parrucchiere e controlla nelle vetrine accanto se il taglio era giusto, o chi cambia casa e dopo i primi entusiasmi si riduce e mangiare il prosciutto direttamente dal cartoccio come i gatti. 7,5
Mauro Pagani, Z-Star e Badara Seck: il finale è curioso nella formula. Arriva sul palco Mauro Pagani, che musicalmente è come la maionese: si sposa con tutti, migliora tutti, da De Andrè a Ranieri, da Jannacci alla Pfm. E presenta due giovani musicisti stranieri, che salgono sul palco uno alla volta a duettare con lui. Z-Star è una bellissima neretta inglese originaria di Trinidad, dalla voce calda ed espressiva, che canta e schitarra prima una poesia di Vladimir Vysotsky, poi un suo pezzo abbastaza rock, No love lost. Poi tocca a Badara Seck, senegalese dalla voce potentissima (anche troppo, qua e là urlicchia e sbaglia tono), che arriva vestito da una tunica giallastra e anche lui prima canta Vysotsky poi una sua canzone, Farafrique. In tutte le canzoni Pagani suona il violino. Poi li chiama entrambi sul palco e assieme chiudono cantando Domani, il suo brano che nei mesi scorsi ha afflitto l'Italia per raccogliere fondi a favore dell'Abruzzo. Se ne poteva trovare uno migliore, ai tempi e stasera, ma fa niente, a Pagani si perdona tutto. 9 a Pagani, 8,5 a Z-Star, 7 a Badara Seck
E con questo è quanto, è finita la commedia, ora si torna alle solite rotture di palle metropolitane.
Tenco you
Seconda serata che, come spesso qui, è la migliore delle tre. Anche se assemblata in modo strambo, cioè logicissimo: c'è la diretta su Radiodue, e tutto il meglio viene ammassato all'inizio quand'è ancora prima serata, lasciando la ratatuia tutta in fondo. Risultato, un primo tempo pazzesco e un secondo da fuggi fuggi generale, che infatti avviene
puntualmente.
Vinicio Capossela: per esempio, si parte subito con il botto. Vinicio è in grandissima forma, ha voglia di fare, ma non di strafare, come gli succede a volte. Pastrano nero quasi da maniaco, cappellaccio a nascondere la pelata, infila cinque canzoni delle sue, ricche di atmosfere, poetiche, delicate, alcoliche, fumose, tipo la natalizia Sante Nicola, che sa di mandarini sbucciati, di attese davanti al caminetto, di presepi e alberi di Natale, di neve che scende dal cielo. E la neve la fa fare lui al pubblico, facendogli schioccare le dita. Memorabile anche Il paradiso dei calzini, che pare la versione cantautorale di un brano dello Zecchino d'oro, una favola su un mondo magico dove finiscono i calzini restati spaiati. In più, ad accompagnarlo strumenti magici come la sega (una vera sega suonata tipo violino), il cristallo armonio (uno xilofono di bicchieri riempiti d'acqua a diverse altezze, e quindi dai diversi suoni) e il theremin, un vibrafono post-moderno. 8,5
Max Manfredi: vincitore del premio per il disco dell'anno, Luna persa. Non so che dire, è sicuramente bravo, e la sua canzone Il regno delle fate, è una serie di delicatissime pennellate che descrivono in modo poetico, dettagliato e trasognante una mattina qualsiasi sui mezzi pubblici che portano i lavoratori a Milano. Il resto però è una discreta noia, o forse sono io che non lo riesco a capire fino in fondo, mi dà un po' l'aria del classico cantautore pallosetto. Anche se, tra una canzone e l'altra, sfodera una notevole battuta: "Facciamo presto, che il tempo è premier". Immagino la gioia dei dirigenti Rai. 6
Alessandro Mannarino: altro giovane di belle speranze. Romano, 30 anni, noto al pubblico della tv (quindi non a me) per varie apparizioni a Parla con me, pare sia stato anche in radio da Fiorello, e questo accentua la mia diffidenza. Confermata dal primo brano, Bar della rabbia, che è in realtà una stornellata romanesca che mescola cabaret, satira e qualche strimpellata, con una voce e un modo di porsi che mi ricorda molto il primo Montesano. Che era un gran comico, ma non faceva il cantautore. Migliora con le canzoni seguenti, ma si esibisce troppo a ridosso di Capossela perché non si noti che si ispira a lui in tutto, dal look ai suoni. Un po' troppo romanaccio salviamolo perché la sua Tevere grand hotel non è per nulla male e il video l'ha ambientato in un campo rom. 6,5
Ginevra Di Marco: altra follia, chiudere il primo tempo con questa fantastica cantante, che andava tenuta in fondo per trattenere il pubblico fino alla fine. Voce davvero pazzesca, per estensione, calore, espressività, avrebbe tutto per essere la nuova Mina. Le manca solo una cosa: un sistema televisivo vagamente decente che la lanci in prima serata e la faccia conoscere. Il suo difetto, se lo è, è di essere meno pop e più intellettuale della Mina di Canzonissima. Lei ama la canzone popolare, il recupero della tradizione operaia e contadina dei secoli scorsi, che racconta anche nel disco Donna Ginevra, che le è valso il premio per il miglior album da interprete. Splendida, per dire, Il crac delle banche, canzone su un vecchio scandalo finanziario nostrano, scritta nel 1896 ma sembra oggi. Poi La masa del cubano Silvio Rodriguez e un'altra popolare, la vivace Ninna nanna la malcontenta, toscana. Chiude con un bis, Montesole, una nenia insopportabile di Giovanni Lindo Ferretti (erano assieme nei Csi), lenta e retorica. Sarebbe terrificante fatta da chiunque altro, ma con quella bocca può dire ciò che vuole. 9
Daniel Melingo: si riapre, grazie a mamma Rai, con Daniel Melingo, tanghero argentino, scegliete voi dove mettere l'accento. Non tanghi classici, languidi e solari, ma notturni e jazzati, e fin qui ci può stare, grazie anche a una brava band. Il punto è la sua performance. Debutta irrompendo con un pastrano nero che sembra quello di Vinicio, poi si sdraia per terra fingendo di dormire e dirigendo gli applausi ritmati del pubblico, esce e torna in scena in canotta che sembra quella del mago Oronzo, suona un clarino in modo così stridulo da far drizzare i capelli (ad averceli), simula una caduta con rottura del microfono, chiude levandosi le scarpe, annusandosi le calze e buttandole tra il pubblico. Ubriaco marcio, istrione, folle, provocatore? Comunque sconcertante. 4
Momo: e che dire di costei allora? Cantautrice ironica e surreale, dice il programma della serata. Lei cerca di farlo notare poco: impacciata sul palco, probabilmente spaventata, cerca invece di sfoderare poesia, senza convincere. Meglio in effetti quando va sul surreale: L'Eur di Momo, in un francese maccheronico, e La spazzatura, canzone d'amore che parte romantica ma come ritornello ha "vorrei buttarti nella spazzatura". 4
Vittorio De Scalzi: anche il finale è un po' così. De Scalzi è un veterano della canzone italiana: ha fondato i New Trolls, ha aperto i concerti dei Rolling Stones, ha collaborato con De Andrè, Bardotti, Bacalov, Mina, Umberto Bindi, ultimamente ha fatto un bell'album in genovese, Mandili. Di cose da dire ne avrebbe avute. Invece si salva solo un'intensa poesia di Riccardo Mannerini dedicata al suicidio di Tenco, eseguita al pianoforte. Poi mi dicono suoni due inediti, Tante gocce e Il ritorno, ma l'atmosfera è da revival New Trolls, tipo trasmissione di Paolo Limiti, che per carità ha una sua dignità, ma non è il Tenco, tanto che chiude con Ho veduto e La miniera. Almeno avesse fatto Quella carezza della sera! 6
Tenco you
Anche quest'anno, rieccomi alla rassegna della canzone d'autore, il mitico Club Tenco a Sanremo. Tre giorni di pace, amore, buona musica, facce che si vedono solo qui, e forse è un bene e forse è un male, chi lo sa. Il tema di quest'anno è libero, come a scuola quando la maestra non aveva più idee. In sostanza si viene qui e si fa un gran casino. Prima serata discreta, con picchi in alto notevoli.
Alice: l'apertura del festival, col diritto di cantare Lontano lontano, che inizia sempre la prima serata, spetta a lei. Stagionata (più vicina ai 60 che ai 50), ma ancora più che soda, e sempre con una voce calda e avvolgente. Un 'esibizione d'autore: Un blasfemo, di De Andrè, Febbraio (poesia di Pasolini) e A chiù bella di Totò, per chiudere con la sua Il contatto. Sensuale. 7,5
Piji: uno dei giovani su cui il Tenco prova a scommettere. Romano, 30 anni, grande passione per il jazz e si sente: in pratica è un clone di Sergio Caputo, che è il suo pregio e al contempo il suo difetto. Altro difetto, una prestazione discontinua. La prima canzone è L'Ottovolante, un bell'omaggio a Natalino Otto, censurato dal regime perché faceva "musica negroide", la terza è I cigni di Luxembourg, su un italiano emigrato a Monaco di Baviera, entrambe ritmate e allegre. In mezzo però una palla come Madama pioggia, lagnosa e malinconica. 6,5
Elisir: Vincitori della Targa per l'opera prima, il disco Pere e cioccolato, notevolissimo esempio di atmosfere raffinate, tango, jazz anni Trenta, chansonnier francesi, tutto atmosfere retrò con un pelo di rock. Quartetto milanese molto elegante, ma che va un po' in vacca per l'emozione del palco dell'Ariston: la cantante entra poche volte a tempo, i suoi compagni suonano tutto troppo in fretta, e alla fine le parole si capiscono poco. Talento, ma un'occasione buttata. 5
Gli Ex: quartetto energico, rock e brioso, dalle tante influenze, swing, reggae, folk, elettronica. E con testi interessanti, tipo Malanimale, dove cantano "Ci son piogge che hanno l'alito del gatto". Non male neanche Ramirez Macaluso, nulla di che Signor penombra e Le parole di un bolero. Bravini, ma in effetti cinque minuti dopo averli sentiti te li scordi già. 6,5
Angelique Kidjo: il secondo tempo si apre con una che canta Benin (ok, scusate). Viene proprio da questo Paese africano, anche se è cittadina del mondo, mescola francese, inglese e dialetti locali anche nelle sue canzoni, insomma un tipico esempio di world music che le è valso il premio Tenco 2009. Ignoti i titoli delle cose che propone, ovviamente, e francamente a lungo sembra la tipica cantante che si ascolta per doveri terzomondisti, per darsi un tono culturale, per segno di apertura verso le altre culture, ma fondamentalmente due palle quadrate, di quelle che quasi quasi dopo vai a iscriverti alla Lega. Finché però fa una cosa straordinaria: nota un pubblico freddino e si inventa la classica canzone col ritornello Mama Africa da fare cantare a tutti in coro. E si incarica lei stessa di fare eseguire il compito: prende il microfono e corre su e giù per la platea fermandosi davanti alle singole poltrone per incitare tutti. Il pubblico ci sta, si scalda progressivamente e finisce in un trionfo. 8
Franco Battiato: confesso la partigianeria, ma Battiato lo amo, anche se non tutto perché tutto credo che non si ami neanche lui. Lo trovo uno dei pochi cantautori che interpretano ancora il loro ruolo alla vecchia maniera: cultura, visione del mondo, impegno sociale senza essere di nessun partito, indignazione, tensione verso l'assoluto, gusto della sorpresa per l'ascoltatore, mescolamento di alti e bassi. Anche per lui un premio Tenco, che contraccambia con cinque canzoni che corpono quasi tutta la sua carriera. Si parte con L'addio, che aveva dato a Giuni Russo, poi Le sacre sinfonie del tempo. Quindi la sua ultima produzione, Inneres auge, appena uscita, che fa impazzire il pubblico per i versi "Uno dice che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello Stato? Non ci siamo capiti, e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?". Mi domando a cosa si riferisca. Ma onestamente è davvero bruttina, a parte la condivisibilissima indignazione. Per esempio il verso finale "mi basta una sonata di Corelli perché mi meravigli del creato" sembra scritto da Bollani quando fa la parodia di Battiato. E musicalmente la struttura è banalissima e distorta pur di farci stare le parole, anche se in fondo da questo traspaiono l'immediatezza con cui l'ha scritta e la sincera passione. Chiusura in crescendo. Prima chiama sul palco Alice per duettare in I treni di Tozeur, poi concede un bis con La cura, una delle più belle canzoni d'amore degli ultimi anni. Divertente anche la performance: arrivato in straritardo non ha avuto tempo per provare, improvvisando tutto tra mille goffaggini. 8+
Yo Yo Mundi: chissà perché non hanno fatto chiudere la serata a Battiato, ma a questi veterani dell'impegno politico. Duri e puri tuttora, cantano la guerra, la Resistenza, la passione civile e politica. Il silenzio del mare e Una bandiera quasi bianca, sui soldati italiani che nel 1943 a Cefalonia si ribellarono ai nazisti, quindi Il funerale del clown, la cosa migliore (bello il verso "Non ha senso vivere se non c'è niente da ridere"). Chiusura con Sciopero, canzone di una sola parola, col pubblico che la grida sempre di più. Bravi, folk molto lineare, idee chiare, ma che noia! 6
Paolo Hendel: a lui il ruolo di tappabuchi, cioè di intrattenitore del pubblico tra un cantante e l'altro, quando bisogna spostare microfoni e strumenti, "ed è bene precisare che il mio compito è questo, perché negli ultimi tempi se dici tappabuchi ti viene subito da pensare a un'altra cosa". Vecchio veterano della scena, non si smentisce mai. Ricicla una sua vecchia gag, quella dei continenti alla deriva che si mischiano tra loro, col contadino ticinese che si ritrova il Sahara sotto casa e un cammello nella stalla. Improvvisa una gag con una telecamera su rotaia che lo segue tipo cagnolino. Chiude con un vecchio classico dei doppi sensi, la poesia dell'uccello in chiesa. Cioè questa qui sotto. 9 a prescindere
City. And the sex?
(rubrica delle mie disavventure sessuali)
Parliamo da qualche giorno, dopo esserci conosciuti in un sito di incontri, e finalmente combiniamo. Questo sito ha una particolarità: chi ci va lì spesso ha qualche preferenza sessuale un po' strana (kinky, dicono in America). Io no, ma mi piace esplorare, fare cose strane, sempre nei limiti del buonsenso (e ci siamo capiti). La sua particolarità la descriveva così: "Non voglio foto tue, non mi interessa come sei fatto. Non mi interessa sapere cosa fai nella vita, che tipo sei, che passioni hai, nè devi chiedere a me. Anzi, le troppe chiacchiere mi fanno conoscere la persona e mi passa la voglia. Io voglio farlo con sconosciuti, ma a casa mia". Mi dà l'indirizzo e le istruzioni: "Quando sei lì davanti mi mandi un sms. Io ti apro il cancello, sali al piano, entri per l'unica porta socchiusa. Io sarò nella mia stanza, al buio, culo per aria. E lì fai tutto quel che vuoi, per tutto il tempo che vuoi, poi te ne vai senza parlare". La versione hard di un buffet, insomma, o di quei ristoranti che dilagano in Usa assieme all'obesità, gli "eat as you can", mangia tutto quel che vuoi, a un prezzo fisso. Però qui gratis.
Una sua foto me la manda, seppure a occhi coperti. Non male. Ok, proviamoci. Vado a casa sua. Zona piazzale Piola. Un freddo mostruoso, il primo parcheggio a 1 km. Arrivo. Sms, Portone si apre, secondo piano. Porta socchiusa. Entro. Buio. Due stanze davanti a me. Qual è quella giusta? A sinistra il silenzio, a destra il rumore di qualcuno che dorme. "Ma guarda che raffinata perversione - penso - Sta anche fingendo di dormire...". Mentre premo verso il basso la maniglia, il russare diventa ringhio e poi abbaiata furiosa. Dobermann di 30 chili tipo Ivan il terribile XXXII di Fantozzi che si avventa contro di me. Chiudo in tempo la porta e scappo fuori casa.
Sms. "Cos'è, uno scherzo o un antifurto ultima generazione? Tra l'altro sono mezzo allergico ai cani". Sms di risposta: "Ma dai, è un cagnolino. Ti aspetto nell'altra stanza". Mentre mi interrogo su come classificherebbe un chihuahua, torno in casa sua. Stavolta vado a sinistra. Tutto buio, ma la sua sagoma culo all'aria si vede sul letto. Mi sdraio accanto inizio a carezzare, baciare e leccare. Poi levo le mutande (le sue) e continuo. Reazioni: zero assoluto. Non un respiro affannoso, un sospiro, un ansimo, un rantolo di piacere, un pianto disperato, un conato di vomito. Il silenzio. Intensifico ancora l'azione. Nulla.
Atroce sospetto numero 1: ho sbagliato appartamento e ora sto smaialando con qualcuno talmente terrorizzato dalla situazione che non osa nemmeno gridare. No, l'indirizzo è giusto, il piano anche, la porta aperta era la sola del pianerottolo... Atroce sospetto numero 2: metto la mano davanti al naso, no, almeno respira. Temevo già il cadavere, specie con la bestiola nell'altra stanza, e una situazione interessante da spiegare alla polizia.
Guidando la sua faccia provo a sbandierare davanti al naso il mio vecchio compagno, niente. Dopo un paio di minuti inizio a grattarmi (c'erano in giro peli di cane), quindi mi rompo, sfanculo tutto, mi rivesto ed esco. Fatti tre passi sul pianerottolo sento che chiude la porta alle mie spalle. Ecco il lato positivo della serata: non mi ha sguinzagliato contro Ivan XXXII, come per un momento avevo temuto.
Insciacquah
(rubrica para-musulmana)
Scandalo per le accuse in tv della Santanchè: "Il Profeta dei musulmani era un pedofilo, aveva una moglie di 9 anni". Già, e invece il Dio dei cattolici che mette incinta di suo figlio una 13enne con cui non era neppure sposato?
Volevo essere Daniele Luttazzi
(rubrica di battute che a lui piacerebbero)
Il Papa: "Aprite il cuore agli immigrati". Maroni: "Cacchio, noi ci proviamo, ma quei maledetti si divincolano sempre!"